Sempre più spesso arrivano in terapia ragazze e ragazzi che si procurano dei tagli sulle braccia per gestire le emozioni dolorose. Cerchiamo di capire quale sia il significato e l’intento dietro questi comportamenti.

I tagli e gli altri comportamenti di autolesionismo

Secondo i criteri standard, l’autolesionismo viene diagnosticato quando “nell’ultimo anno, l’individuo si è inflitto intenzionalmente danni alla superficie del corpo per cinque o più giorni […] per scopi non socialmente approvati” (International Society for the Study of Self Injury, 2018). Questo esclude quindi i piercing e i tatuaggi che sono dolorosi, o le cicatrici che in alcune società sono socialmente approvate.

Il DSM-5-TR (2022) include “Autolesionismo non suicidario” (NSSI: Not Suicidal Self Injury) come categoria diagnostica distinta. Lo definisce come una serie di atti intenzionalmente autolesivi nei confronti del proprio corpo condotti per almeno 5 giorni nell’ultimo anno.

Sebbene l’autolesionismo sia talvolta visto come un passo verso il suicidio, spesso non ha alcuna relazione con un intento suicidario. Procurarsi dei tagli sulle braccia o sulle gambe è un modo per gestire delle emozioni percepite come intense e insopportabili ed è da distinguere da altri tipi di comportamenti suicidari in cui l’individuo ha come finalità quella di porre fine alla propria esistenza.

Segni e sintomi dell’autolesionismo

Talvolta può essere difficile per i genitori scoprire che i loro figli si stanno tagliando perché è un comportamento praticato in privato e tenuto nascosto per vergogna e paura. Tagli, graffi, morsi, ustioni devono essere visti come segnali di allarme di un malessere che si sta esprimendo attraverso il corpo, lasciando segni, cicatrici, lividi e zone calve, soprattutto quando vengono compiuti ripetutamente.

Per questo i ragazzi tendono a nasconderli utilizzando maniche o pantaloni lunghi anche durante i mesi estivi. Questo ritarda la richiesta di aiuto e la ricerca di professionisti esperti per il trattamento di questi comportamenti autolesivi.

Ragazzi che si tagliano: capire l’autolesionismo

Ciò che spinge questi ragazzi a procurarsi dei tagli è la sensazione di riuscire a gestire emozioni spiacevoli come ansia, rabbia o tristezza. Tuttavia, le evidenze dimostrano che, con il tempo, queste emozioni intense – insieme a ulteriori sentimenti di colpa e vergogna – persistano e possano persino peggiorare, determinando un circolo vizioso che spinge ancora di più a tagliarsi. Il comportamento autolesivo, emesso per cercare sollievo da emozioni intense e intollerabili, non è quindi finalizzato a procurarsi volutamente danni significativi o permanenti.

E’ quindi una strategia di coping disadattiva che sposta l’attenzione dal dolore emotivo al dolore fisico, vissuto come più tollerabile.
Come per tutte le abitudini, sane e non “sane”, quando il cervello “vede” che, con una determinata azione ottiene un effetto positivo, sarà più portato a richiamare lo stesso comportamento quando ci sono emozioni attivanti. In psicologia è definito come un “apprendimento per rinforzo negativo”: ossia, il comportamento è appreso perché permette di evitare un disagio (che in questo caso consiste nel convivere con delle emozioni spiacevoli).

Chi è più a rischio di autolesionismo?

L’autolesionismo si verifica più frequentemente negli adolescenti e nei giovani adulti; dati recenti hanno rilevato tassi che vanno dal 6 al 14% per i ragazzi adolescenti e dal 17 al 30% per le ragazze. Anche gli adulti, tuttavia, possono ricorrere a questo comportamento, soprattutto in seguito a traumi, abusi, problemi familiari e quando sono presenti disturbi psicologici come la Depressione, Disturbi alimentari ed il Disturbo Borderline di Personalità. In tutti questi casi l’autolesionismo si manifesta improvvisamente come tentativo di riprendere il controllo dopo un’esperienza emotivamente intollerabile.

Come uscire dall’autolesionismo

Chiunque stia lottando contro l’autolesionismo dovrebbe, prima di tutto, cercare aiuto o essere spinto a cercarlo. E’ necessario iniziare una terapia Cognitivo Comportamentale con un terapeuta esperto che conosca come trattare i comportamenti autolesivi e abbia acquisito competenze di Terapia Dialettico Comportamentale ed eventualmente altre formazioni (EMDR, ACT, CFT, Mindfulness..).

E’ importante aiutare la persona a comprendere le cause del proprio comportamento ed a mettere in pratica meccanismi di gestione più sani. Inoltre è necessario arrivare a comprendere quali sono i trigger (le situazioni o i pensieri) che innescano la reazione autolesiva in modo da dilazionare l’impulso e metter in atto comportamenti alternativi .

Come puoi aiutare una persona cara si taglia?

L’aiuto può arrivare anche da amici, partner o altre persone care di cui ci si fida. Quando una persona avverte l’impulso di farsi del male, parlare di questi sentimenti con qualcuno può aiutare ad attenuare l’impulso e a dare un senso alle emozioni difficili.
Il primo passo è rispondere con compassione, riconoscendo che l’autolesionismo è un tentativo di affrontare sentimenti dolorosi. In seguito, incoraggiate la persona a cercare aiuto, validare le sue emozioni, evitando comportamenti duri e punitivi e aiutando a trovare altri modi per esprimere le emozioni spiacevoli.

Per quanto vedere i tagli sulle braccia di un figlio o di una persona cara sia un’esperienza scioccante, siate disponibili ad ascoltare e parlare di qualsiasi emozione difficile stia provando, senza giudicare, non riversando la propria paura sulla persona che sta compiendo questi atti.

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