Ti può essere capitato di vivere una relazione “tossica” e star male, ma di non riuscire ad uscirne. Oppure è successo a qualcuno che conosci e non ti sei spiegata/o perché, vista la sofferenza sperimentata da quella persona, non abbia ancora messo fine alla relazione.
Come avrai immaginato, non è così facile. Proviamo a capire il perché.

Quand’è che si parla di relazione tossica?
Definire una relazione o una persona come “tossica”, è diventato ormai di moda. Questo termine è molto, anzi direi troppo, utilizzato sui social, anche da chi non ha competenze per definirla tale.
Ma che cosa s’intende esattamente per “relazione tossica”? In psicologia la tossicità non  è un’etichetta morale, ma descrive una dinamica relazionale dannosa. Una persona o una relazione diventano tossiche quando:

  • producono sofferenza emotiva persistente nel tempo
  • minano l’autostima
  • compromettono i confini personali (mancanza di rispetto con comportamenti anche controllanti, vedi: es. controllo telefono, spostamenti, etc..)
  • creano squilibri di potere e asimmetricità (un partner richiede, critica, impone e l’altro subisce e segue)

E’ un rapporto che consuma e logora. Spesso, oltre la mancanza di rispetto, vi è una manipolazione emotiva (con colpevolizzazioni e inferiorizzazioni) e una svalutazione sistematica. Mancano quindi il normale equilibrio di supporto, rispetto e comunicazione, dando origine a continuo stress, conflitto e dolore.

Perchè non la/lo lasci?
Questa è la una domanda che ritorna, ostinata, nella mente di chi si trova invischiata/o in questo tipo di relazione o dalle persone che le/gli sono vicine.

La domanda contiene in sè, già nella sua formulazione, una premessa implicita: che l’uscita da una relazione di questo tipo sia un atto accessibile, lineare e disponibile alla volontà. Invece, chi lavora a contatto con queste storie sa che ciò che trattiene non è un difetto di volontà, ma un qualcosa di più profondo; non è una scelta semplice, ma un’organizzazione complessa che coinvolge il corpo, il cervello, la memoria implicita, il sistema di attaccamento e il contesto sociale. Anche laddove ci sia violenza e aggressività, si resta perché la violenza ha trasformato il modo stesso in cui si può percepire, sentire e decidere.

Cosa dicono le neuroscienze
Dal punto di vista neurobiologico, questa dinamica può essere compresa come una “forma di apprendimento legato ad un rinforzo intermittente”.  Vi spiego meglio: il sistema dopaminergico mesolimbico è altamente sensibile alle condizioni di incertezza. Questo vuol dire che la ricompensa imprevedibile genera scariche di dopamina (un neurotrasmettitore rilasciato quando il cervello anticipa o vive un’esperienza piacevole, spingendoci a ripetere quel comportamento) più intense rispetto a quella prevedibile, aumentando la salienza dell’esperienza e la probabilità che il comportamento associato venga mantenuto.

In una relazione tossica, i momenti di riconciliazione — spesso intensi, carichi di promesse, di contatto emotivo — assumono un valore sproporzionato proprio perché emergono in modo imprevedibile dopo fasi di dolore emotivo o paura.

Inoltre il nostro sistema nervoso autonomo è costantemente alla ricerca di segnali di sicurezza, per cui i gesti affettuosi e le parole rassicuranti, anche quando seguono scontri e litigi, possono attivare il sistema ventro-vagale, producendo un’esperienza intensa di sollievo e connessione. È qui che si radica la dipendenza regolativa: l’altro, pur essendo fonte di minaccia, diventa anche la fonte della regolazione, determinando un circolo vizioso da cui non si riesce ad uscire.

La teoria dell’attaccamento di Bowlby
E che dire delle relazioni in cui vi sono abusi fisici e psicologici? Il sistema di attaccamento si attiva in condizioni di minaccia, orientando la persona a ricercare prossimità e protezione. Quando la figura di attaccamento (partner o genitore) è anche fonte di pericolo, si genera una configurazione disorganizzata, in cui l’altro è simultaneamente oggetto di desiderio e di paura. Questo paradosso invece di ridurre il legame finisce per intensificarlo, proprio perché è attraverso il legame che si cerca la regolazione.

Dalle ricerche recenti quindi emerge che la difficoltà a chiudere una relazione che sia considerata tossica non è dovuto a debolezza della persona, ma è piuttosto il risultato di una riorganizzazione profonda dei sistemi di regolazione e di attaccamento. Se poi si aggiungono fattori contestuali concreti, come una dipendenza economica, la presenza di figli e scelte di vita “vincolanti”, l’uscita dalla relazione non è solo difficile, ma molto pesante emotivamente, se non addirittura in alcuni casi, pericolosa. Il rischio di escalation della violenza nel momento della separazione è documentato in numerosi studi, rendendo la decisione di andarsene una questione di sicurezza, non soltanto di volontà.

L’ uscita da una relazione tossica è un processo
La domanda quindi non è perché non lo/la lasci, ma è: come cambiare ciò che ti lega? Uscire da quella relazione non significa soltanto separarsi, ma disimparare un modo di esistere, attraversare un processo in cui la sicurezza deve essere nuovamente scoperta, lentamente, spesso per la prima volta. Non è per niente semplice e la famosa forza di volontà può servire a poco.

Liberarsi da un legame tossico e/o traumatico ed evitare di ricadervi è un processo lungo, che richiede una solida rete di supporto composta da terapeuta, amici e familiari capaci di aiutarti a individuare e comprendere le dinamiche ricorrenti della relazione.

Un Terapeuta Cognitivo Comportamentale può aiutare te, o chi sta vivendo una situazione simile, ad individuare gli schemi che ci sono dietro ogni comportamento, capire dove li si ha appresi, come e perché abbiano funzionato fino ad oggi nella relazione, e pian piano riuscire a modificarli.
È inoltre fondamentale liberarsi dal peso della colpa e della vergogna. Quando ci ritroviamo a ripetere schemi legati a traumi o a restare intrappolati in tali legami, è essenziale comprendere che esiste una ragione alla base di tutto ciò, che non dipende solo da noi, ma dal quello che abbiamo appreso anche nella nostra vita relazionale, coi genitori e poi nelle esperienze successive.

E’ un percorso, ma è importante iniziarlo. Solo allora si capirà perchè non ci si è lasciati prima.

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