Sebbene nulla nella tua vita possa durare in eterno, è molto probabile che ognuno di noi desideri che la propria relazione più intima lo faccia. Man mano che i partner vanno avanti negli anni, si potrebbe dare per scontato che staranno insieme, come si dice, per sempre.
Purtroppo, come forse ognuno saprà per esperienza personale, le relazioni a volte si interrompono. Spesso non ci sono segnali d’allarme, ma a volte sì. La domanda è: sei in grado di accorgertene?
Il “declino terminale” di una relazione
Utilizzando l’inquietante termine “declino terminale” per descrivere una relazione sul punto di concludersi, Janina Bühler dell’Università Johannes Gutenberg e Ulrich Orth dell’Università di Berna (2025) hanno avuto l’idea di tracciare le spirali delle relazioni nelle loro fasi finali. Questo termine è stato preso in prestito dagli autori dalla ricerca sull’invecchiamento e sul funzionamento cognitivo, in cui i ricercatori utilizzano i dati pre-morte di individui anziani per vedere quando le loro prestazioni iniziano a peggiorare drasticamente. Forse le relazioni mostrano lo stesso schema, si sono chiesti. Triste parallelismo, ma ci potrebbe stare.
Con un’ampia serie di quattro studi a lungo termine a disposizione, provenienti da Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Australia, il team di ricerca ha tracciato la fine delle relazioni che si sono concluse con una separazione. Hanno utilizzato, sia il tempo trascorso dall’inizio, sia quello trascorso fino alla fine, come quadro di riferimento per questo processo, nel tentativo di verificare se le relazioni in via di conclusione possano essere previste prima dell’effettiva dissoluzione della coppia.
Per chiarire, il termine “declino terminale” in questo contesto si riferisce a ciò che inizia a sgretolarsi nella relazione di coppia, passando da una situazione mediocre (la “fase pre-terminale”) ad una situazione finale. E se vi state chiedendo se tutto questo possa accadere solo perché uno o entrambi i partner diventano generalmente insoddisfatti della propria vita, questa possibilità è stata controllata confrontando i punteggi di soddisfazione per le relazioni con quelli di soddisfazione per la vita.
I predittori della fine di una relazione
Sono stati quindi sviluppati gruppi di controllo, confrontando coloro la cui relazione si è conclusa con coloro la cui relazione è rimasta intatta. Tutti i moderatori sono diventati predittori in un modello statistico per verificare se coloro che si sono lasciati potessero essere differenziati da coloro che sono rimasti insieme. A differenza della maggior parte delle ricerche sulla soddisfazione relazionale, quindi, lo studio di Bühler e Orth è stato in grado di utilizzare il punto finale piuttosto che il punto iniziale come metrica chiave.
I risultati e le tre fasi della fine di una relazione
I risultati di tutti i campioni hanno mostrato che, come previsto dagli autori, esistevano chiari punti di demarcazione che potevano essere divisi in tre fasi, prima che la relazione finisse per sempre.
- Nella prima fase, uno o entrambi i partner provano un certo disagio per come stanno andando le cose, ma non lo affrontano né lo condividono. A volte nutrono la speranza che la situazione migliori e/o che l’altro/a capisca che così non si può andare avanti.
- Nella seconda fase, iniziano a parlare apertamente dei loro problemi e di ciò che non va nella relazione. A quel punto può già accadere che uno dei due avanzi l’idea di una separazione.
- La terza fase inizia quando l’insoddisfazione ormai è costante e i punti di disaccordo sono inconciliabili. In questa fase spesso accade che uno dei due prenda sempre più le distanze, anche fisiche, dalla relazione con: assenza di rapporti sessuali, bisogno di star lontano dalla persona, ricerca di relazioni parallele, disinvestimento emotivo, bisogno di stare solo, malessere generalizzato in presenza del partner, bugie, scuse etc.
Arrivati a questa fase, dicono gli autori, è difficile tornare indietro e, quando i problemi superano le soluzioni, la fine non può più essere evitata.
Conclusioni della ricerca
Ovviamente queste fasi sono puramente indicative. Alcune persone per proprie caratteristiche di personalità, comportamenti di evitamento nell’affrontare le situazioni e le emozioni connesse, possono passare direttamente dalla prima fase alla terza o viversi le tre fasi dentro di sé e lasciare l’altra persona con quasi nessun segnale (o almeno non degno di nota).
In aggiunta a questo è noto che quanto meno uno è coinvolto nella relazione, tanto più velocemente passa da una fase all’altra. Tuttavia dalla ricerca è emerso che, per nessuno dei due partner, esisteva un limite netto nell’insoddisfazione relazionale che potesse predire la caduta verso la fine.
Gli autori suggeriscono, sulla base di studi precedenti, che i livelli di nevroticismo, sebbene non studiati in questa ricerca, potrebbero influenzare la fine della relazione. Per nevroticismo s’intende un tratto della personalità diagnosticato tramite test oggettivi) che indica una tendenza all’instabilità emotiva, caratterizzata da una maggiore propensione a provare emozioni negative come ansia, paura, rabbia, tristezza, senso di colpa e frustrazione, rispondendo in modo più intenso e meno stabile allo stress. Non è una malattia mentale, ma una dimensione della personalità che può portare a un maggiore rischio di sviluppare disturbi emotivi se i punteggi sono elevati.
Le persone con un livello più alto di questo tratto di personalità tendono a interpretare le situazioni ambigue in modo più negativo. L’inizio del declino della soddisfazione relazionale potrebbe costituire una situazione di tale ambiguità. Quindi potrebbero, secondo le parole degli autori, “diventare più rapidamente insoddisfatti della loro relazione e potrebbero passare prima alla fase terminale”. Questo renderà molto più difficile invertire la rotta.
Diagnosticare come sta andando la relazione
La natura a lungo termine di questo studio permette di tracciare, su un arco di tempo considerevole (fino a 14 anni in alcuni casi), il punto di non ritorno nella fine di una relazione. Da tutte le analisi messe insieme è emerso che, quando emergono delle criticità evidenti, il numero magico è di circa uno o due anni. Cioè, se dall’inizio della fase 1 non ci sono cambiamenti, l’arrivo alla fase 3 dovrebbe verificarsi in questo lasso temporale. Ovviamente diversi fattori possono concorrere a modificare questa tempistica. Per esempio, la presenza di figli, la dipendenza economica/affettiva di uno dei due partner, questioni geografiche e lavorative, senso del dovere della persona, percezione della fine della relazione come un fallimento etc.
Investire nella qualità della relazione
Al di là dei numeri rivelati dallo studio, si capisce che investire nel migliorare la qualità della relazione è fondamentale, soprattutto nelle coppie di vecchia data, dove l’entusiasmo della novità dei primi momenti viene meno e la quotidianità tende a ridurre la motivazione a riscoprire momenti solo di coppia, sperimentare nuove cose insieme, investire le energie in nuovi progetti di coppia etc.
Secondo gli autori di questa ricerca, quindi pensare a ciò che potrebbe rompere la tua relazione può essere tanto importante quanto concentrarsi su ciò che la tiene insieme.
Nei casi più compromessi, la Terapia Cognitivo Comportamentale di coppia può essere di aiuto per migliorare la comunicazione dei bisogni, essere più assertivi anche all’interno di eventuali discussioni, pianificare dei momenti insieme e riscoprire insieme al partner i valori su cui investire con continuità.
Referenze
Bühler, J. L., & Orth, U. (2025). Terminal decline of satisfaction in romantic relationships: Evidence from four longitudinal studies. Journal of Personality and Social Psychology. Advance online publication. https://dx.doi.org/10.1037/pspp0000551
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